Storia del pistacchio in Italia

In Europa la coltura del pistacchio venne conosciuta in seguito alla conquista dell’Impero Persiano da parte di  Alessandro Magno. Secondo Plinio in Italia il pistacchio fu introdotto dal governatore romano Lucio Vitellio, censore in Siria sotto l’Impero di Tiberio nel 20 e il 30 d.C.

Contemporaneamente fu introdotto in Spagna da Flavio Pompeo cavaliere romano che militò con detto Vitellio (Torgioni Tozzetti e Barone, 1896). Secondo Spina (1942) furono i Romani a portare la coltura in Sicilia giudicando l’ambiente pedoclimatico idoneo alla sua coltivazione, secondo Hehn (1976) e Barbera (2007) Lucio Vitellio introdusse il pistacchio nella sua tenuta in Alba Fucensis ai piedi del monte Velino (nei pressi dell’attuale Avezzano) dove, probabilmente a causa dell’ambiente pedoclimatico inidoneo per la specie, non seguirono sviluppi alla sua coltivazione restando una semplice curiosità da dilettanti.

Successivamente un’altra testimonianza della sua coltivazione in Sardegna si trova nel De Re Rustica di Palladio che riporta alcuni consigli sulla sua coltivazione sottolineando la dioicità della specie. Secondo diversi autori, fu la Dominazione Araba (827-1080) a dare impulso alla pistacchicoltura siciliana che raggiunse il suo massimo sviluppo esaurendosi però con essa.

Le ipotesi di questa scomparsa sono molteplici, ma la più attendibile attribuisce alla non conoscenza della biologia del pistacchio: gli agricoltori, avendo notato piante che producevano e piante che non producevano, hanno eliminato le piante non produttive e quindi le piante impollinatrici, favorendo una rapida estinzione della coltura (Monastra et al. 1987).

Nel buio del Medioevo, della coltivazione del pistacchio se ne perdono le tracce, nel 1200 l’agronomo andaluso Ibn Al  Awann nel suo trattato di agricoltura riporta alcuni consigli sulla coltivazione del pistacchio descrivendo gli individui maschili e gli individui femminili e che questi ultimi fruttificano solo se nelle vicinanze ci sono individui maschili (intuendo forse la fecondazione).

Successivamente il pistacchio continuò ad essere una curiosità botanica di poco valore commerciale forse a causa dei motivi ipotizzati da Monastra et al. (1987). A conferma di ciò, dal 300 in poi  il termine pistacchio veniva utilizzato per designare qualcuno o qualcosa che non valesse niente.

Lo stesso Dante nel canto XXIV dell’ Inferno al verso 12 descrive i traditori dei benefattori:

"Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l'ombre tutte eran coperte,

e trasparíen come festuca in vetro".

Altre testimonianze le ritroviamo nella  poesia burlesca: nelle Rime di Burchiello (1430), il  Morgante di Luigi Pulci (1478) e i Sonetti di Pietro L’Aretino (1527).

Nel 1510 il Venuto (De agricoltura – Panormo) che raccolse gli elementi dell’agricoltura siciliana non menziona la specie.
Nel 1612  nel Trattato de cibi e del bere di Baladassarre Pisanelli elogia i “giovamenti” del frutto del pistacchio e precisa: ” Nascono in  Egitto e Siria e di là si portano a Venegia, e da certi tempi in quà hanno incominciato a far frutto in Sicilia ”.

Successivamente il Boccone (1697) nel Museo di piante rare della Sicilia lo dice estesamente coltivato nel territorio di Agrigento. I primi riferimenti bibliografici della sua coltivazione nel territorio della Provincia di Catania risalgono al 1747 citato da Lo Giudice (Comuni rurali della Sicilia moderna) che riporta il numero di piante di pistacchio presenti nel territorio pari a circa 1700.

Solo alla fine del XIX secolo nel territorio di Bronte la coltura del pistacchio, con 2700 ha, assume rilevanza economica così come conferma l’Abate Statella nel Dizionario topografico della Sicilia (Martelli et.al, 1987). Secondo Bevilacqua (1996) agli inizi del 1900 la Sicilia aveva il monopolio mondiale del commercio del pistacchio.

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